Emigrazione ieri e oggi

La partenza dei contadini negli anni Cinquanta faceva comodo ai politici, mentere l'attuale migrazione dei giovani si caratterizza come «difensiva». 

di Anna Maria Zampieri Pan 

Continua l’ampia intervista, iniziata nel numero di novembre della rivista, al professor Francesco Loriggio. Questo mese proponiamo la parte riguardante l’emigrazione italiana degli anni Cinquanta. Si trattò di un fenomeno rivoluzionario nel contesto della realtà socio-economica della Penisola, come d’altra parte lo erano state le precedenti ondate migratorie che, con inizio dalla seconda metà dell’Ottocento, avevano allontanato dal territorio italiano milioni e milioni di cittadini. In oltre 120 anni, compresi tra il 1861 e il 1985,  emigrarono nel mondo 29 milioni di italiani! Un’altra Italia fuori d’Italia, considerato anche che i rientri furono 10 milioni circa, con un saldo quindi che si aggira sui 19 milioni.
Oggi, peraltro, l’emigrazione italiana, anche se limitata alla cosiddetta «fuga dei cervelli» o per meglio dire alla ricerca di migliori opportunità di lavoro da parte di molti giovani, resta un fenomeno indicativo di un diffuso malessere non adeguatamente curato e risolto.
Msa. Professor Loriggio, siete partiti dalla Calabria in cinque, due genitori e tre figlioletti, nel 1954. Guardando indietro, dopo una vita in Canada, quali osservazioni può fare riguardo all’emigrazione italiana degli anni Cinquanta?
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Per ironia della sorte, negli stessi anni in cui i contadini si imbarcavano per Canada, Australia, Stati Uniti o America del Sud o sui treni per Svizzera e Germania, in Italia si apriva quello che è stato definito il periodo del «boom economico». Mio padre e gli altri contadini come lui non potevano prevedere che non molto tempo dopo la loro partenza, con l’esplosione dell’edilizia in Italia, il valore delle terre da loro svendute sarebbe aumentato, raggiungendo picchi vertiginosi. Di conseguenza, andandosene, pagavano doppio o triplo dazio, non potendo trarre nessun vantaggio dai benefici che il loro stesso sacrificio e il loro stesso lavoro (le rimesse, il denaro inviato in Italia) avrebbero contribuito a produrre. Ma qui entriamo negli aspetti macrostorici dell’emigrazione italiana del secondo dopoguerra. Dubito che, se anche avesse potuto usufruire di una sfera di cristallo per predire il futuro, mio padre avrebbe cambiato la sua idea di partire. La scelta dei contadini di staccarsi dalla terra era una decisione a favore della modernità. In questo l’emigrazione meridionale degli anni Cinquanta anticipa il processo di «omogeneizzazione sociale» che avrebbe così veementemente denunciato Pasolini due decenni dopo nei suoi Scritti corsari. Senza magari rendersene conto, i contadini meridionali «desideravano» inurbarsi, essere come gli operai, o i borghesi che li deridevano, che rinfacciavano loro di essere appunto «tamarri», cioè contadini.
E come avrebbero potuto non reagire in quel modo? 
Malgrado le loro proteste, che avevano avuto come esito l’occupazione delle terre (a Melfi, Africo, Avola, Portella della Ginestra e altrove), la classe dirigente dell’epoca non era riuscita a varare una riforma agraria degna di questo nome. I politici di destra, per non avallare uno dei cavalli di battaglia dei loro avversari, visto che le proteste dei contadini erano di matrice socialista o comunista. I politici di sinistra, per congenita ambiguità: appoggiavano le occupazioni, ma sul piano socio-antropologico sostenevano che il Mezzogiorno si sarebbe sviluppato, sarebbe uscito dalla sua arretratezza, solo con una forte industrializzazione, con la nascita di un’economia in cui l’incidenza dell’agricoltura sarebbe stata secondaria, ridotta. Nessuno tra i due schieramenti si strappò i capelli guardando le statistiche sull’emigrazione o cercò di trattenere i contadini che affollavano i porti in attesa di salpare. La loro partenza faceva comodo sia alla destra che alla sinistra: avrebbe alleviato la pressione sociale, allontanando gente che avrebbe potuto manifestare pubblicamente il proprio scontento, causando imbarazzo politico se, come inevitabile, quello scontento non fosse stato placato con misure concrete o non fosse stato gestibile.
D’accordo sul fatto che la partenza dei contadini faceva comodo agli schieramenti politici italiani del momento, ma sul piano internazionale?
Su scala internazionale, anche, la scelta dei contadini obbediva a meccanismi macro-strutturali, alle leggi del mercato o a imperativi di carattere politico. I Paesi che dischiusero le loro porte per accogliere i migranti europei – Stati Uniti, Canada, Australia in primis – sono gli stessi che lanciarono il piano Marshall per aiutare l’Europa distrutta dalla guerra e per impedire che cadesse nelle mani del blocco sovietico. Ma erano simultaneamente Paesi che avevano bisogno di manodopera, spesso in attività che i loro cittadini rifiutavano o espletavano a malincuore, e la cercavano dove c’era un eccesso di forza lavoro, tanto meglio se lavoratori che avrebbero rafforzato la componente europea della loro popolazione. Tolte le tare storico-politiche, resta la drammaticità della scelta dei contadini. Non tutti partirono. Quelli che lo fecero, erano stati sfiduciati in ciò che più di ogni altro fattore li definiva, il loro lavoro; però mostrarono anche poca fiducia in chi li governava e «votarono con i piedi».
Anche oggi c’è chi «vota con i piedi», cioè se ne va. Vuole proporci qualche considerazione sull’attuale emigrazione dei giovani?
I giovani italiani che emigrano oggi vivono in un contesto storico molto diverso. Sono per lo più laureati, dunque di ceto medio. Se partono, lo fanno perché vogliono lavorare nella professione cui si sono addestrati, e perché in Italia avrebbero scarse opportunità di farlo. La loro è un’emigrazione difensiva: hanno come obiettivo di salvare una posizione consolidata, piuttosto che avanzare di grado nella piramide sociale. Sono meno propensi ad arrangiarsi, ad adattarsi ad altri mestieri o a un altro stile di vita se occorre sbarcare il lunario. Rispetto agli emigranti degli anni Cinquanta, godono di un orizzonte geografico più vasto e di più facile accesso. All’interno dell’Unione europea possono circolare liberamente, senza intralci burocratici, e viaggiare, sia dentro che fuori Europa, è finanziariamente meno oneroso di prima. Inoltre, senza sminuire le difficoltà inerenti a ogni processo migratorio, che comporta sempre un suo tasso di angoscia, è vero che l’omologazione culturale in atto rende lo spaesamento meno forte e che la tecnologia permette collegamenti più frequenti e più stabili con il luogo di origine.
Non c’è dunque nulla che accomuna questa a quella emigrazione?  
Ciò che in qualche maniera accomuna l’emigrazione italiana odierna a quella del ventesimo secolo è che ad ambedue funge da sfondo una crisi economica di mastodontiche proporzioni e che nei due casi chi va via non crede nella capacità della classe politica di risolverla. Il quadro entro cui si muove la gioventù italiana del ventunesimo secolo è però di una cupezza inaudita. Non solo perché coinvolge strati sociali prima ben al riparo, ma anche perché gli sbocchi verso cui procedevano le generazioni precedenti – Canada incluso – non sono stati risparmiati dalla crisi. E quindi non è detto che chi giunge trovi le condizioni che si aspettava. Ai Paesi in cui sostano, i laureati italiani oggi chiedono meno clientelismo, meno corruzione e più meritocrazia. Istanze sacrosante, di antica memoria in Italia, e sempre inevase. Bastano per investire i luoghi di approdo dell’alone che nell’immaginario popolare ha avuto l’America? È questo, forse, lo scarto più grande. Nei giovani di oggi non si intravvede l’anelito di rinnovamento, la disponibilità a mettersi in discussione, a ricominciare da capo, che animava i loro predecessori. Speriamo che se la cavino.