la-ultracentenaria-anita-grosso-de-espinoza-regge-un-articoloFiglia di un genovese e di un’indigena Pima ~ la leggendaria “pioniera” della Baja California

Ha compiuto 103 anni nell’ottobre scorso, Mama Anita. Era centenaria quando la incontrai, anni or sono, e dopo il nostro colloquio mi benedì augurandomi “salute fisica e spirituale, denaro onesto quanto basta per condurre una vita dignitosa, famiglia unita”. Le avevo portato copia di un mio articolo a lei dedicato. Su di lei, su quanto ha fatto e su ciò che tuttora questa donna leggendaria rappresenta c’è ormai un’ampia letteratura, in spagnolo e in inglese. Nulla in italiano. Per lei, fiera di essere figlia di un genovese, il mio è stato davvero un regalo. Mi parlava di suo padre.... si sforzava di ricordare qualche espressione del linguaggio appreso da bimba.... È stato commovente.... Una mia sintesi della “leggenda” di Anita Grosso in quanto segue.

 

Quante volte, attraversando la splendida e selvaggia Baja, tra la congestionata Tijuana e le idilliche oasi di San Ignazio, Mulegè, Loreto e viceversa, sono transitata da El Rosario? Pochi minuti per rifornimento di benzina all’unico distributore della zona, una sgranchitina alle gambe e via, affontando altre centinaia di chilometri nella splendida zona desertica e vulcanica che costituisce la spina dorsale della penisola.

Per la prima volta questo piccolo villaggio di agricoltori, pescatori e rancheros diventa una sosta obbligata, quasi fiutassi nell’aria qualcosa di speciale da conoscere e raccontare. Le storie degli italiani del mondo mi attraggono sempre di più.... specialmente quando si tratta di storie rare, sconosciute specialmente in Italia. Un nome in particolare mi incuriosisce, Anita Grosso de Espinosa. “Mama Anita” la chiamano. La definiscono “una verdadera legenda en Baja California” perchè “ella ve el pasado y el futuro de esta tierra”. Colta e determinata, intelligente e generosa, la veterana ha promosso l’educazione della sua gente, ha contribuito ad organizzarne l’assistenza medica, si è impegnata in opere di carità in favore di bambini orfani e di anziani soli. È stata pioniera anche nell’arte dell’ospitalità, tramandata a figlie e nipoti che sotto la sua guida gestiscono il famoso ristorante-museo Mama Espinosa’s. Sollievo quest’ultimo non solo per i viaggiatori di passaggio, ma soprattutto punto di riferimento dei Flying Samaritans, i Samaritani Volanti, medici ed infermieri - tutti volontari - che dalla California raggiungono con piccoli aerei i luoghi più sperduti della Baja, organizzando cliniche e portando assistenza specialistica laddove non esiste. “Gli angeli dal cielo” li definì Anita, e da quel lontano giorno del 1961 in cui toccarono El Rosario, ella fu e rimase il loro tramite, la loro missionaria per l’intera Baja California. Amata, esaltata, premiata, ufficialmente riconosciuta. Una donna straordinaria nell’apparente semplicità.

Ma Grosso non è forse un cognome italiano, o meglio genovese?... Un paio di mezze giornate mi sono sufficienti ad incontrare persone, raccogliere notizie, dare uno sguardo più attento intorno. Non riesco a parlare con mamma-nonna-bisnonna Anita, la “leggenda de El Rosario”. In questi giorni la ultranovantenne è a Ensenada, in visita a parenti. Incontro tuttavia una dei suoi dieci figli e una bellissima giovane della tribù dei nipoti: da loro due, molto disponibili, ottengo le essenziali informazioni. Il resto lo scopro da me, leggendo un’autobiografia pre-autografata dalla protagonista, un testo brillante da lei scritto qualche anno fa. Me la affidano come una reliquia. Sfogliando le prime pagine, ho conferma che il padre di Anita era “el Italiano”, Edoardo Grosso, avventurosamente giunto in Baja California nel 1880. È una storia romanzesca, una vicenda che vale la pena di essere raccontata.

“Era l’anno 1880 - scrive nelle sue “Reflections” Mama Anita - quando mio padre, Eugenio Edoardo Grosso Bouitare, arrivò in Baja California, Messico, proveniente dall’Italia”. Era sbarcato a New York e se n’era immediatamente allontanato, attratto piuttosto dal Far West degli Stati Uniti. In una miniera d’oro del Colorado aveva fatto amicizia con un detective inglese, Arthur Embleton, con il quale decise di proseguire per San Francisco e San Diego. Da quest’ultimo porto i due giovani avventurosi si imbarcarono alla volta della costa orientale della penisola californiana. “A Santa Rosalia mio padre, che era ingegnere minerario - precisa Anita Grosso - ebbe un incarico di lavoro a El Boleo, grossa compagnia mineraria del gruppo francese dei Rothschild. Mio padre era figlio di madre francese e padre italiano discendente da una ricca famiglia di mercanti navali genovesi. I genitori avevano già pianificato il suo futuro: negli affari di famiglia e destinato in sposo ad una fidanzata da loro prescelta. Ma prima egli avrebbe potuto viaggiare...”

L’uomo propone e Dio dispone, recita un antico detto. Nella vita del privilegiato figlio unico Edoardo si stava profilando un’imprevedibile svolta. “A El Boleo - prosegue Anita - egli incontrò mia madre, Tecla Pena Duarte, quindicenne indiana Pima, che viveva con la mamma vedova. Anche suo padre era arrivato a Santa Rosalia, da El Triunfo a sud di La Paz, per lavorare al Boleo. Gli antenati di mia madre provenivano dal New Mexico e da Sonora, il nonno era il capo dei Pimas della Baja. Il venticinquenne mio padre si innamorò perdutamente della giovanissima Tecla, e decisero di sposarsi. Ma prima del matrimonio egli volle tornare in Italia per ricevere, com’era consuetudine, il consenso e la benedizione della famiglia...”

Non ci fu nulla da fare. Non valse descrivere bellezza, virtù, origini nobili deIl’innamorata. I genitori di Edoardo, offesi dal rifiuto del figlio di accettare la giovane di buona famiglia e ricca dote da loro prescelta, furono irremovibili, gli negaroro il permesso di sposarsi e, pensando in tal modo di riportarlo alla ragione, lo diseredarono. “Ma mio padre, testardo e persistente quanto loro, ritornò in Baja California per sposare la sua ormai sedicenne Tecla nella chiesa di Santa Rosalia”. Era il 28 settembre 1885. Negli anni immediatamente successivi gli sposi si spostarono da un luogo all’altro del Messico e della Baja, laddove lo portava il lavoro di lui. A fine secolo il giovane ingegnere minerario genovese aveva già individuato ed aperto le miniere di rame Julio Ceasar, Santa Teresa, El Chasco, La Italiana, El Sausalito, Santa Domingo e Reina Madre. Dopo lungo  peregrinare la famiglia Grosso - erano nati nel frattempo tre maschietti, Arturo, Juan e Angelo - decise di stabilirsi, nel 1896, a El Rosario. Tra il 1890 e il 1908 vennero alla luce dieci figlioli, sei maschi e quattro femmine. L’ultimogenita Anita, nata nel 1908, è la protagonista di questa storia. Aveva due anni quando scoppiò la Rivoluzione Messicana e suo padre - da europeo non latinizzato - decise di trasferire la famiglia in territorio statunitense, a Calexido nella Imperial Valley. In California la famiglia Grosso visse per oltre un quindicennio, durante il quale Anita studiò, si diplomò e lavorò. Qui contrasse un primo matrimonio, sciolto dopo appena tre mesi.

“Mia madre aveva nostalgia della sua gente e chiese di ritornare a El Rosario... dove incontrai il mio futuro marito, il compagno della mia vita Don Heraclio, figlio dello sceriffo Don Santiago Espinosa, una delle migliori persone e famiglie del luogo”. Si sposarono nel 1932, nonostante la disapprovazione di Tecla, che per quella figlia speciale avrebbe voluto - come per la sorella Teresa - uno sposo “in carriera”, un ufficiale facente parte degli alti ranghi della società messicana. Quella di Anita ed Heraclio, il “ranchero cowboy”, si rivelò tuttavia un’unione felice non solo per aver alleato tra loro le due più importanti famiglie di El Rosario, i Grosso e gli Espinosa - artefici dello sviluppo della zona in campo civico e sociale - ma per aver messo al mondo tra il 1933 e il 1949 dieci figli. “Il mio clan”, lo ha definito Anita. Oggi quel clan s’è allargato ad una tribù. Parlano spagnolo e inglese, ma si illuminano quando dico di essere italiana, un’italiana nel mondo come lo fu il loro antenato, padre di mamma-nonna-bisnonna Anita, colei che ha trasmesso loro - insieme con il fiero sangue materno dei nativi Pima - l’altrettanto avventuroso sangue paterno genovese. 

I resti mortali di Edoardo Grosso, deceduto nel settembre 1939, sono sepolti nel vecchio cimitero de El Rosario de Abajo, laddove un tempo sorgeva Nuestra Senora del Rosario, prima missione sud californiana dei Domenicani. Fondata nel 1774, ne rimangono poche rovine. Accanto al genovese riposa Tecla, la stella polare che l’aveva attratto quaggiù, in un mondo tanto lontano dalla terra natale. Chissà se il gruppetto di studenti universitari padovani, che incrocio la sera, affamati e rumorosi al Mama Espinosa’s, avranno percepito almeno un poco di questa storia? Provenienti in motorhome da San Diego e diretti a El Cabo, hanno fretta di proseguire per quella che racconteranno come un’avventura in Bassa California. Un’avventura durata poco più di una settimana. Una bella toccata e fuga...

 

Anna Maria Zampieri Pan (inverno 2005)

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